Intervista al Covid Warrior Maria Concetta Monea

Dr.ssa M.C. Monea
– Capo Dipartimento Emergenza – Direttore UOC Anestesia, Rianimazione, Terapia Intensiva e Trauma Center
A.O. Cannizzaro Catania

“Accetto con gratitudine questo riconoscimento in nome del sacrificio dei Medici, Infermieri e Ausiliari di tutte le Terapie Intensive e della Terapia Intensiva dell’Ospedale Cannizzaro che ho l’onore di dirigere.

Tutti oggi parlano di terapie intensive, semi intensive, ventilatori, ossigeno. Ci tengo a sottolineare un messaggio che tutti siamo stati costretti a leggere, a causa o grazie a questa pandemia. L’importanza centrale delle terapie intensive nel nostro sistema sanitario, che rappresentano un “patrimonio” di valore inestimabile, di alto profilo umano e tecnologico.

L’importanza dell’Etica sanitaria. Etica intesa come costume, come cambio di rotta, come abitudine. Abitudine, speriamo, ad uno sguardo nuovo che tenga sempre la salute fisica e mentale dell’uomo al centro di tutte le nostre scelte. Anche a costo di mettere in secondo piano i famigerati budget, la cui esasperazione è stata causa di tagli indiscriminati nella sanità degli ultimi decenni. Fino al Covid-19. Arrivato per sbatterci in faccia la necessità di porre l’Uomo e la sua salute al primo posto. 

Dirigo l’Unità di Anestesia Rianimazione, Terapia intensiva e Trauma Center del Cannizzaro, ospedale II livello e centro Hub regionale per l’emergenza.
Da marzo viviamo tutti un tempo sospeso.
Prima di raccontare cosa è la vita durante l’emergenza Covid all’interno delle terapie intensive, vorrei ricordare a tutti cosa fa, in concreto, un medico intensivista anestesista rianimatore. Perché addormentare e risvegliare il paziente è solo uno dei molti compiti a cui è tenuto. L’anestesista è lo specialista cui viene affidata la veglia del paziente durante i lunghi e complessi interventi, con il compito di garantire il delicato e stupefacente equilibrio tra sistema nervoso centrale, cardiocircolatorio e respiratorio. Questo ruolo è svolto facendo uso di ventilatore e potenti pericolosi farmaci. Per farlo, è necessario conoscere anche il lavoro del chirurgo, seguire tutte le sue manovre, così da prevenire eventuali problemi.

Un bravo anestesista è anche un bravo intensivista. 
Rianimatore è oggi un termine un po’ desueto. Richiama l’idea di un approccio rapido e risolutivo, senza la visione di un progetto terapeutico, come invece ci evoca la parola terapia intensiva e quindi intensivista. Questo approccio è necessario in 118 o in pronto soccorso, dove sono presenti sempre gli anestesisti, quando il paziente si presenta molto grave. Se oggi riusciamo ad eseguire grossi interventi di cardiochirurgia, a curare politraumi, o gravi sepsi, solo per citarne alcune, è proprio grazie allo sviluppo dell’anestesia e della terapia intensiva.
L’anestesista Intensivista è forse l’ultimo medico che ha una visione “olistica”, non settoriale del nostro organismo e quindi della medicina,  con competenze di cardiologia, neurologia, pneumologia, endocrinologia, immunologia ecc. e di tutte le branche chirurgiche che si trovano nell’ospedale in cui lavora. 

Un ospedale centro Hub per l’Emergenza come il Cannizzaro, oggi più di ieri, deve mettere al centro del suo sistema un team di anestesisti intensivisti preparato e tecnicamente esperto al fianco dei medici di P.S. e di medicina d’urgenza, ai chirurghi e agli infermieri esperti. Il team di anestesisti intensivisti rappresenta lo zoccolo duro dell’organizzazione dell’emergenza.

Il “virus verità”.
Desidero cogliere l’occasione di questo riconoscimento per raccontare a tutti della Terapia Intensiva e della colpa del coronavirus.
Prima ancora che Dirigente, io sono un’Anestesista Intensivista. Che non è la stessa cosa di rianimatore, che il più delle volte non sa come finisce il proprio paziente. L’Intensivista invece lo sa, e come! L’Intensivista fa un progetto di diagnosi e terapia, lavora in squadra, usa macchinari da NASA, sofisticati e che ci vuole una vita di lavoro e di allenamento quotidiano per saperli sfruttare al massimo delle loro possibilità. 

La mattina per andare al lavoro ti alzi molto presto, quando non sei già in piedi perché a letto non ci sei proprio andato e la notte in reparto è volata accanto a un unico paziente grave oppure correndo da un letto all’altro senza tregua. E non c’è Natale e non c’è Ferragosto che cambi le cose.
Alla fine di una notte, uscire all’aria aperta ti fa respirare a pieni polmoni. Li lavi dall’aria pesante, respirata appena per quello che serve, mai di più. Fuori l’aria pizzica sempre, anche d’estate. Perché la stanchezza mette freddo. Ma la luce del mattino! Ti ripaga di tutto, ti inonda e ti fa scoprire il cielo bellissimo sempre, persino quando piove. 
Ripensi a tutto quanto hai fatto in un attimo, torni indietro e ti chiedi se hai dimenticato qualcosa nelle consegne.
Mentre torni a casa ascolti una notizia: 100, 200, 400 morti? Una guerra o un aereo che cade? Sono tanti, il numero sembra non fare differenza.
Tu per uno, uno solo, insieme ai tuoi infermieri hai combattuto una notte intera della tua vita e non sai se sarà servito. Ma si, certo che è servito, serve sempre. Perché hai donato e donare è come lanciare un sasso in uno stagno: è energia che cammina.

Il coronavirus nessuno se lo aspettava. Ma per la verità in cuor nostro sapevamo tutti che prima o poi sarebbe accaduto qualcosa che avrebbe messo in crisi il nostro fragile sistema.
Ogni volta che si tagliavano risorse c’era la solita voce solitaria che lanciava un grido di allarme, inascoltato, e poi tutto tornava a funzionare apparentemente come prima. Col sacrificio di molti silenziosi medici Intensivisti e Infermieri, abituati a restare in trincea, per senso del dovere. Come stretti in una morsa senza potere liberarsi per l’incalzare del lavoro, al quale se ti sottrai sai che qualcuno ci può lasciare la pelle. E allora continui perché pensi che prima o poi chi di dovere capirà.

Ed ecco che arriva il coronavirus.
“Virus Verità”, l’ho chiamato cosi fin da subito. Irrompe nelle nostre vite e le cambia di botto. Si, ma non era così che mi aspettavo il cambiamento. Se mai ci sarà. A che prezzo !! 
Abbiamo paura anche noi, ma nessuno si tira indietro, è il nostro lavoro e sappiamo che senza di noi i morti si conteranno ancora di più e restiamo inchiodati senza guardare le ore. 

Sono il Primario e devo dare loro serenità e sicurezza. 
Gli occhi parlano.
Guardo gli occhi dei miei Anestesisti Intensivisti e dei miei Infermieri e vi leggo dentro la paura, ma anche il coraggio; che coraggio è senza la paura?!
So che posso contare su tutti, anche su quelli che vorrebbero scappare e non lo fanno.
Abituati noi alla diversità clinica, improvvisamente arrivano malati che sembrano apparentemente tutti uguali e noi, bardati come marziani, gli giriamo intorno, li colleghiamo al respiratore e a monitors sofisticati, incannuliamo grossi vasi con cateteri lunghi e pieni di rubinetti che colleghiamo a pompe-siringhe, cerchiamo di capire attraverso Rx , TAC ed esami di laboratorio che grado di gravità hanno. Sappiamo che quelli che moriranno non vedranno più i loro cari e i loro cari non li vedranno mai neanche dopo. Siamo provati ma sappiamo mantenerci lucidi, non ci fermiamo.

E gli altri malati dove sono? Arrivano pure, ma solo i più gravi. I meno gravi invece hanno paura e restano a casa. Per noi  aumenta moltissimo il lavoro perché i più gravi arrivano sempre, soprattutto nel mio ospedale, il Cannizzaro di Catania, che è un ospedale per l’emergenza e si aggiungono ai malati di coronavirus. 
Ma si devono curare anche loro e quindi cosa si fa? E intanto tamponi a tutti, se fossero portatori anche loro? 
Diversifichiamo i percorsi, altrimenti si infettano tutti. Complicato a realizzarsi in un sistema che si è beato di scelte adatte ad una sanità da budget, da efficiente sistema “produttivo”, economicamente.

Ma la terapia intensiva è un’altra storia. Il Coronavirus è un’altra storia. Bisognerà ridisegnare un nuovo sistema sanitario con al centro l’emergenza, tutta, e soprattutto al primo posto le Terapie Intensive. Bisognerà riscrivere l’Etica sanitaria. Etica intesa come costume, come cambio di rotta, come abitudine.

Abitudine, speriamo, ad uno sguardo nuovo che tenga sempre la salute fisica e mentale dell’uomo al centro di tutte le nostre scelte”.

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